Contenuto a cura di Marck. | Postato il 12-10-2006
Elvis, Beatles, Jimi Hendrix inventarono la moda. Ora è la moda a dominare le scelte delle rockstar. E’ l’inizio di una nuova storia. O tradimento? In principio fu Elvis. Con quel suo ciuffo scolpito, i mocassini scuri, i calzini bianchi e i pantaloni attillati che se non fosse stato per il ciondolare del bacino, magari sarebbero piaciuti anche a mamma e papà . E che dire dei Beatles, delle loro zazzere, delle giacchette disegnate senza colletto, gli stivaletti a punta e i sorrisi sempre pronti? In principio fu solo timida emulazione globale. Ma il seme, piantato allora, cominciò a crescere inesorabile. Poi fu il turno di Jimi Hendrix, Mick Jagger, Pete Townshend, David Bowie, Lou Reed, Bryan Ferry, Sid Vicious. Loro vestirono il glamour, distaccarono il mondo comune dall’Olimpo riservato a divinità rock, indossarono il rifiuto alla guerra, colorarono la libertà dell’amore, ricamarono viaggi acidi e abbottonarono droghe a porte aperte da percezioni. Crearono mode meno rassicuranti che, calzate da icone maledette, divennero prima legge, poi verbo e infine manifesto politico. Perché moda e rock sono sempre stati legati da un doppio filo d’oro. L’incantesimo da cui negli anni d’oro – i leggendari e ormai stanchi Sessanta – fu per tutti impossibile liberarsi.
Allora erano rock e rockstar a creare le mode. E le mode diedero vita alle firme che nel tempo hanno saputo diligentemente cucire su capi e tessuti le proprie etichette. Marcando territori e costumi. Oggi accade il contrario. Oggi che quell’età dell’oro è lontana, oggi che verbo e manifesti politici sono appannaggio di pochi – e in genere mal vestiti – rockettari, le case di moda si affidano ai fenomeni del momento per trasformarli in preziosissimi manichini. In cambio del loro corpo offrono contratti miliardari che appesantiscono tasche già cariche e nutrono l’ego della star. L’importante per tutti oggi è apparire. E l’immagine inquieta, torbida o ribelle è terreno fertile, perfetto.
Qualche esempio? Accantonando le star hip hop che ormai posseggono quasi tutte proprie case di moda e sfornano sneackers più velocemente di quanto rappino, il reverendo rock Marilyn Manson è modello per la stilista Vivienne Westwood, che lo ha mascherato per una recente campagna pubblicitaria con gessati e camicie di seta. Ma anche Dave Gahan dei Depeche Mode ha prestato il suo volto per J. Lindberg insieme a Carl Barat dei Libertines. E non sfuggono al meccanismo Pete Doherty, diventato icona simbolo per Dior Homme, Lenny Kravitz o David Silveria il batterista dei Korn per Calvin Klein o Prince che una settimana fa a Milano, ha festeggiato con Donatella Versace la nuova collezione primavera-estate della celebre maison. Al circo sono invitate naturalmente anche le dame. Juliette Lewis, ora passata da attrice a cantante a tempo pieno, e Allison Mosshart dei Kills hanno posato per J. Lindberg. A queste si aggiungono Macy Gray, Shirley Manson, voce dei Garbage, e Dolores O’Riordan, la cantante dei Cranberries, che un anno fa cedevano i loro volti per il solito Calvin Klein. La firma più sfoggiata su mutande in fuga da pantaloni a vita sempre più bassa.
La ruota del rock gira da sempre e dai lontani Sessanta oggi ha cambiato ancora verso. Nel sacro nome di un marketing che flirta con la voglia di proporre cliché appetibili per il pubblico. Le rockstar attirano i giovani e i giovani comprano. Ascoltando il rock e indossandolo. Ma, c’è da chiedersi, cosa c’è di sincero oggi in questa commistione tra moda e rock? E cosa pensano i fan duri e puri, quelli per cui il rock è ancora il linguaggio del disagio e dei sentimenti più profondi di intere generazioni? C’è tradimento, insomma, dove c’è etichetta?
Articolo di Massimiliano Leva e Katia Riccardi.